Ecco l'intervento che ho presentato questa mattina nell'ambito di una tavola rotonda di conversazione in italiano sui ricordi del 1968 e sugli eventi attuali a Liegi.
Quello che ho da dire, lo suddividerò in 6 punti, ben distinti. Ve li elenco subito:
1 la richiesta;
2 i ricordi;
3 la cronologia degli eventi;
4 riguardo ai fatti;
5 spiegare gli eventi;
6 gli eventi degli ultimi giorni a Liegi.
Punto primo: la richiesta.
La conduttrice del gruppo mi ha chiesto di parlare degli eventi che segnarono l’Università di Liegi nel 1968 e che avevo menzionato in precedenza. E, per giustificare la sua richiesta, ha detto: « Su questo argomento, si potrebbe ascoltare il sociologo ».
Non sono un sociologo. Ho studiato sociologia, l’ho insegnata, ma non sono un sociologo. Perché un sociologo, in linea di principio, è qualcuno che conduce ricerche in sociologia, che applica metodi specifici considerati tali da consentire di oggettivare il comportamento degli esseri umani nella società. Non ho mai condotto ricerche di questo tipo. Ho letto molte relazioni di ricerca, libri che descrivono ricerche, sintesi che raccolgono risultati e teorie sociologiche. Ma non per questo sono un sociologo.
Non lo dico per vanità. Per me questa distinzione è molto importante. Così come non è filosofo chi insegna filosofia, così come non è storico chi insegna storia. Mi spingerò oltre. Chi conduce ricerche in sociologia e discute di un problema su cui non ha condotto alcuna ricerca – in quel preciso momento – non è nemmeno un sociologo.
Quello che voglio sottolineare è il fatto che troppo spesso si sentono persone vantarsi di un diploma, di un titolo, di una competenza riconosciuta, per arrogarsi il diritto di fare gli esperti e di spacciare per verità delle convinzioni che non hanno più valore delle vostre o delle mie. I media sono pieni di questi cosiddetti esperti che espongono miserabili luoghi comuni.
Punto secondo: i ricordi.
Sono stato effettivamente testimone degli eventi del ’68 a Liegi. Si dovrebbe dire del ’68-69, perché sono durati fino alla primavera del ’69. Testimone e partecipante, dovrei aggiungere.
Naturalmente ne conservo dei ricordi. Ma i ricordi sono qualcosa di piuttosto inaffidabile. Perché si alterano, si trasformano, si deformano. Una delle cause che spiegano perché e come i ricordi si trasformano riguarda le ragioni che spingono a ricordare.
Così, il fatto che mi sia interessato molto alla sociologia mi ha certamente portato a ricordare le cose in un certo modo, forse anche in un modo che ha potuto variare nel corso dei lavori sociologici che scoprivo o a cui talvolta aderivo, senza che siano necessariamente collegati agli eventi in questione. È del tutto possibile che un testimone meno incline a pensarci spesso o, al contrario, a farci continuamente riferimento, abbia potuto conservarne ricordi più fedeli. Solo una ricerca che approfondisse questa questione potrebbe forse stabilire quali siano i ricordi più attendibili.
Quindi, ciò che sto per dire sul ’68 a Liegi va ascoltato con estrema cautela, con la stessa prudenza con cui si ascolta, o si dovrebbe ascoltare, il racconto di un ricordo spontaneo. Certamente non con la fiducia che meritano i risultati di una rigorosa analisi sociologica.
Punto terzo: la cronologia degli eventi.
Numerose associazioni di ogni genere parteciparono, da vicino o da lontano, agli eventi di cui stiamo parlando. Il suo punto di riferimento fu l’Union générale des Étudiants.
Nel marzo del ’68, l’Union elesse un nuovo presidente nella persona di Thierry Grisar, allora studente di medicina, in seguito neurologo, professore all’Università di Liegi e oggi in pensione. Anche nel marzo del ’68 nacque un nuovo movimento studentesco, denominato Boule de neige, guidato da Ludo Wirix, uno studente liceale di 15 anni, che in seguito divenne attivista contro la dittatura di Pinochet in Cile e morì a 21 anni nel dicembre 1975. A questo movimento partecipava anche Guy Quaden, dottorando in scienze economiche, in seguito governatore della Banca nazionale, oggi in pensione. Fu proprio questo movimento a lanciare una parodia del quotidiano La Meuse, intitolata La Geuse, stampata sulle rotative del quotidiano La Wallonie.
Il marzo del ’68 fu anche il momento in cui gli studenti dell’Università di Nanterre, alla periferia di Parigi, diedero vita a un movimento di rivolta guidato da Daniel Cohn-Bendit.
Nel maggio del ’68, mentre Parigi è in fiamme, gli studenti di Liegi si muovono pochissimo. Durante l’estate, Boule de neige prepara un elenco di rivendicazioni: gli studenti chiedono di essere consultati e ascoltati su tutte le questioni universitarie; viene contestato il potere arbitrario dei professori e il rettore, Marcel Dubuisson, viene definito un tiranno; gli studenti chiedono di potersi esprimere in occasione della riapertura ufficiale dell’anno accademico.
Di fronte al rifiuto che viene loro opposto, uno dei portavoce del maggio ’68 parigino, Jacques Sauvageot, all’epoca vicepresidente dell’UNEF, viene invitato a intervenire in Place du XX août il 10 ottobre ’68. Questo comizio darà il via alle proteste.
Il 30 novembre 1968 viene organizzata una manifestazione contro la proiezione del film I berretti verdi, un film di Ray Kellogg e John Wayne che esalta l’esercito americano impegnato nella guerra del Vietnam. I manifestanti attaccano il cinema Palace e la polizia interviene con grande brutalità.
A metà dicembre vengono organizzate diverse giornate di sciopero e cortei di manifestanti attraversano la città. Al ritorno da uno di questi cortei, i manifestanti si recano alla biblioteca centrale dell’Università e un situazionista di Strasburgo (di cui non ho ritrovato il nome) inizia a lanciare libri tra il pubblico, proclamando che la cultura appartiene al popolo.
L’episodio più significativo di quei giorni ebbe luogo nel febbraio del ’69. Gli studenti occupano per 12 giorni la salle académique dell’Università. Lì si discusse non solo dell’Università, ma anche dell’immigrazione, della guerra in Vietnam, dei costumi sessuali e della condizione delle donne. L’origine di questa occupazione risiede in un’operazione di rimozione della pavimentazione dalla place du XX août; i ciottoli furono portati davanti all’ufficio del rettore, quasi a volerlo murare. Tutto si concluse con una carica delle forze di polizia, ancora una volta molto violenta. Era il 19 febbraio 1969.
Durante l’occupazione della salle académique, su iniziativa del ministro Abel Dubois, si svolsero trattative presso il Palazzo Provinciale tra il rettorato e una delegazione studentesca composta da Grisar, Quaden e Wirix.
Il 25 febbraio 69 si tenne una grande assemblea generale della comunità universitaria nel grande auditorium del Quai van Beneden. Il rettore fece una breve apparizione prima di sparire. Intervennero soprattutto François Perin e Ludo Wirix, ma anche Frère Alfred.
In seguito tornò la calma, ma la situazione e le mentalità ne uscirono profondamente sconvolte.
Punto quarto: riguardo ai fatti.
Quando si pretende di isolare i fatti, ci si impegna ad attenersi il più possibile a ciò che è realmente accaduto, senza mescolarvi opinioni personali. Ma questa attenzione non basta, perché il fatto storico rimane per sempre sfuggente. Ciò che viene generalmente presentato come il risultato di una ricerca storica non è altro che un’approssimazione, più o meno accurata, di un racconto che cerca di cogliere sia la coscienza di chi agisce sia le azioni che compie.
Vorrei citare qui ciò che Claude Lévi-Strauss ha detto al riguardo in un libro pubblicato nel 1962 : Il pensiero selvaggio.
Cito:
« Non appena si pretende di privilegiare la conoscenza storica, ci sentiamo in diritto […] di sottolineare che la nozione stessa di fatto storico nasconde una doppia antinomia. Infatti, per ipotesi, il fatto storico è ciò che è realmente accaduto; ma dove è accaduto qualcosa? Ogni episodio di una rivoluzione o di una guerra si risolve in una moltitudine di movimenti psichici e individuali ; ciascuno di questi movimenti traduce evoluzioni inconsce, e queste si risolvono in fenomeni cerebrali, ormonali o nervosi, i cui riferimenti sono a loro volta di natura fisica o chimica… Di conseguenza, il fatto storico non è più dato degli altri; è lo storico, o l’agente del divenire storico, che lo costituisce per astrazione, e come sotto la minaccia di una regressione all’infinito.
Ora, ciò che vale per la costituzione del fatto storico vale non meno per la sua selezione. Anche da questo punto di vista, lo storico e l’agente storico scelgono, decidono e delimitano, poiché una storia veramente totale li metterebbe di fronte al caos. » (1)
Certo, bisogna essere disposti a fare tutto il possibile affinché la ricostruzione sia il più fedele possibile a quanto è realmente accaduto. Ma bisogna anche ammettere che le probabilità di sbagliare sono molto maggiori di quelle di azzeccare.
Punto quinto: spiegare gli eventi.
La sociologia è ovviamente la disciplina teoricamente più adatta a descrivere e spiegare il comportamento umano nella società, e quindi eventi come quelli citati finora.
Ma cos’è la sociologia?
È la scienza dei fatti sociali umani. Come tutte le scienze sociali (antropologia, etnologia, psicologia, storia, ecc.), il suo carattere scientifico è contestato. Perché? Perché sia l’oggetto studiato sia il soggetto che lo studia appartengono entrambi a quegli esseri coscienti in cui il reale e il vissuto sono percepiti in una continuità. Ora, per poter oggettivare il comportamento dell’uomo, occorre dissociare il vissuto dal reale. Resta il fatto che la sociologia ha potuto individuare delle costanti solo sforzandosi di adottare approcci scientifici, ovvero approcci che danno priorità all’osservazione a scapito dell’intuizione.
Non tutti i sociologi, o meglio, non tutti coloro che si definiscono tali, sono d’accordo su questo punto. Mentre i primi importanti sociologi dell’Ottocento e del Novecento hanno voluto essere scientifici e abbiano cercato di andare oltre ciò che la coscienza degli uomini diceva loro riguardo al proprio comportamento, una corrente attuale molto importante, nata negli ultimi decenni del secolo scorso, è tornata all’intuizione degli attori del mondo sociale: è quella che viene chiamata sociologia pragmatica.
Sono costretto a essere molto breve su questo argomento. Ne parlerei volentieri per ore.
Se cercate un autore che appartenga alla sociologia scientifica – quella che non è pragmatica, quella che accetta di cercare la spiegazione del comportamento al di fuori del discorso degli attori –, vi consiglio Pierre Bourdieu. Ha parlato, a mio avviso in modo molto convincente, del maggio ’68 in un capitolo del suo libro Homo academicus (2), pubblicato nel 1984. Si tratta del capitolo 5, intitolato “Il momento critico”.
Punto sesto: gli eventi degli ultimi giorni a Liegi.
Quando alcuni eventi si distinguono per aver sconvolto il consueto ordine delle cose, quando questi stessi eventi sono percepiti da alcune persone come una minaccia ai propri interessi o alla propria incolumità fisica, il bisogno di una spiegazione diventa più forte che mai. Allo stesso tempo, in un contesto simile, le possibilità di ascoltare una spiegazione che renda conto oggettivamente dei fatti sono più scarse che mai.
Per comprendere appieno quanto – se si vuole rimanere fedeli alla realtà – sia necessario innanzitutto astenersi dall’esprimere l’opinione che ci viene spontaneamente in mente, è indispensabile rendersi conto di come l’orientamento politico domini la maggior parte dei pensieri e persino delle riflessioni che si impongono a tutti. In altre parole, ognuno vede volentieri nel commento da formulare l’occasione per promuovere questa o quella visione politica delle cose. Non mi riferisco, ovviamente, a chi vuole saccheggiare un negozio, né al commerciante che lamenta i danni subiti, né al giostraio che impugna una sbarra di ferro per difendere la propria giostra.
Parlando in questo modo, assumo naturalmente l’atteggiamento di chi è informato in materia di sociologia e desideroso di immaginare le condizioni in cui la sociologia potrebbe apprendere di più sugli eventi in questione.
Non aggiungerò altro.
(1) Claude Lévi-Strauss, La pensée sauvage, Plon, 1962, pp. 340-341.
(2) Pierre Bourdieu, Homo academicus, Éd. de Minuit, 1984. È stato tradotto in italiano da A. De Feo, Edizioni Dedalo, Bari, 2013.